Televisione

Touch

Non sempre le cose vanno come previsto, anche quando a programmarle è uno dei più grandi affaristi del secolo scorso. Per quest’anno infatti la FOX di Murdoch aveva tentato un forte rilancio della rete mandando in campo tre nuovi cavalli di battaglia, Terra Nova, Alcatraz e Touch, coraggiose produzione dai grandi budget e nomi importanti, ma gli esiti non sono stati affatto quelli sperati.  La serie giurassica di Spielberg è stata un flop senza scampo, costi elevatissimi (12 milioni solo per il pilot) per un prodotto che si è rivelato concettualmente vecchio e anacronistico sotto troppi punti di vista; altra forte delusione sono stati i prigionieri viaggiatori di Abrams, personaggi piatti intrappolati in vicende auto-conclusive che altro non erano che ennesimi episodi dell’ennesimo telefilm crime. La prima non a caso è stata già cancellata, la seconda è in attesa di un giudizio che molto difficilmente sarà positivo. Unica eccezione del terzetto è stata invece la nuova serie del creatore del capitale Heroes, Touch, che nei cinque episodi andati sinora in onda si è rivelata la più bella sorpresa di questa seconda metà di stagione.

Il pilot di Touch – diretto egregiamente da Francis Lawrence, anche produttore esecutivo – è andato in onda in anteprima il 25 gennaio, seguito due mesi dopo dalla programmazione regolare. Rispetto a quell’esordio, che ha registrato l’ottimo risultato di 12 milioni di spettatori, la serie ha perso diversi punti – ad oggi siamo sugli otto milioni –, ma si tratta di una diminuzione che rientra ancora nelle dinamiche di un calo fisiologico; per ora sono stati ordinati gli episodi restanti, e tutto lascia presagire che siamo davanti all’unico show del terzetto che verrà (meritatamente) confermato. Protagonisti assoluti della vicenda sono Martin Bohm (Kiefer Sutherland) e suo figlio Jake (David Mazouz), rimasti soli dopo la morte della moglie/madre nel crollo delle torri gemelle; da allora però Jake si è rinchiuso in una forte forma di autismo, dalla quale emerge solo con codici numerici e altri segni apparentemente indecifrabili. Il comportamento del figlio è spesso incontrollabile, scappa più volte di casa attirando così l’attenzione dei servizi sociali, che convincono Martin a lasciarlo andare in una clinica specializzata. Sarà però proprio in questo momento di crisi che il padre scoprirà che i segni e le ossessioni di Jake non sono casuali bensì messaggi, tracce da seguire per arrivare nel punto esatto al momento esatto per intervenire sulla realtà, evitando una tragedia o aggiustando un torto. Grazie all’aiuto di un vecchio esperto del settore e di un’assistente sociale particolarmente disponibile, Martin riuscirà a mettersi finalmente in comunicazione con il figlio seguendone gli indizi.

Ad essere sinceri riassumere la sinossi di Touch è un compito tanto infame quanto illuminante; da una parte infatti ci si accorge di presentare una serie dalla qualità molto elevata come fosse una favoletta, mentre dall’altra si capisce ancor meglio il talento di Kring nel trasformare questa base così piatta e abusata in una ricognizione del sentire umano dalla profondità non indifferente. Introdotto dalla voce narrante del piccolo Jake – che sentiamo solo in questo contesto, per il resto è sempre muto –, ogni episodio si costruisce nelle interrelazioni e legami tra le persone più disparate, sparse per il mondo e connesse tra loro da un filo invisibile; in questo le puntate viste sinora sono volutamente molto schematiche, nel mostrare pezzi disparati di un puzzle in lenta ricomposizione, ma anche qui, come nella sinossi di partenza, è il come avviene questo percorso di avvicinamento a fare veramente la differenza. I personaggi e le situazioni viste sono sempre umanamente sfaccettate, mai arrese al racconto macchiettistico e veloce anche se sparse per il globo, ed è in questa narrazione universale e umanistica che Kring si conferma Autore profondamente coinvolto e aderente alle proprie tematiche. Nonostante le apparenze Heroes e Touch hanno infatti moltissimo in comune: il ruolo unificante del destino, la narrazione corale, il senso di solitudine e il naturale moto di avvicinamento tra chi ne soffre, il ruolo dell’individuo in uno schema più grande. Oltre a ciò altro punto condiviso dai due show è la forte fragilità della loro architettura, vulnerabile in Touch ad un fossilizzarsi in puntate puzzle autoconclusive sempre più complicate e imprevedibili nella loro struttura; fortunatamente però diversi indizi lasciati cadere da Kring nel corso degli episodi fanno presagire un’evolversi elaborato della narrazione, oltre all’approfondimento del personaggio sinora più debole e forzato, il classico esperto del comunque grande Danny Glover.

Ma cos’è a rendere Touch diverso dai precedenti racconti sul destino, sulle coincidenze, sull’autismo? In poche parole il coraggio e la consapevolezza di Kring nell’affrontare di petto temi enormi e fondamentali come l’elaborazione del lutto, il potere della fede spirituale (non strettamente religiosa), l’alienazione e la comunicazione dell’uomo contemporaneo. Grazie ai piccoli dettagli della scrittura e alla splendida recitazione di Sutherland, che riesce a mostrarci il cuore dell’amore e del dolore di un padre per il proprio figlio, Touch diventa una ricognizione dei bisogni e delle potenzialità dell’uomo, mostrato nello slancio dialettico che vede l’affidarsi con fede a qualcosa di più grande che vada oltre di noi (la fiducia cieca con cui Martin segue gli indizi del figlio, affidandosi a lui pur non capendolo del tutto), e al contempo afferrare la piena consapevolezza del potere del proprio agire, della propria scelta.

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