Arti visive

Marlen Dumas / Sorte

La Fondazione Stelline di Milano, dal 13 marzo al 17 giugno 2012, accoglie le opere di una delle interpreti più interessanti della scena artistica internazionale: Marlen Dumas.  L’artista sudafricana presenta ventidue dipinti, molti dei quali inediti, e quindici tra disegni e carte storiche in cui mescola il tema sacro della Crocifissione e della Pietà con nuove icone contemporanee, come Pier Paolo Pasolini e Amy Winehouse, figure popolari fragili e tormentate,  segnate da una fine tragica e precoce. Marlene Dumas prima di essere artista, è donna; si addentra nelle radici profonde delle vite altrui catturandole con polaroid o estraendole da riviste e quotidiani, e le modella sulla tela mediante una linea rara e irregolare, adoperando toni lividi e innaturali, che donano ai corpi un aspetto liquefatto e spettrale. Esiste un’affinità carnale e profonda nella relazione tra  figlio e madre, intrisa di sospiri, sguardi, abbracci, mutismi; Marlene ne indaga i rapporti complessi, a partire dal ritratto della madre di Pasolini, proseguendo con schizzi ripresi dal film Mamma Roma, terminando con un disegno intimo e complesso, Hommage to Michelangelo, un’opera in cui la Vergine cerca di ricongiungere Gesù al proprio ventre, quasi a volergli donare una nuova salvezza e rinascita.

Giungo nella prima sala e vengo catturata da uno sguardo remoto, ma familiare: si tratta del volto di Gesù recuperato dal Vangelo secondo Matteo di Pasolini; i solchi scuri e profondi delle orbite, la rabbia contenuta, l’energia vitale ed aggressiva, sono delineati dall’artista in modo accurato, la quale è riuscita a desumere la semplicità e la purezza del giovane ed inesperto interprete.

Continuo il percorso e mi soffermo su un paio di quadri che ritraggono due fanciulle vestite con abiti collegiali; ricavate dall’archivio di fotografie della Fondazione, rivelano una nuova prospettiva di analisi storica. Dietro l’apparente realismo, si cela però qualcosa di inquietante; i volti delle bambine sono ridotti ad una maschera di cera biancastra che annega l’espressione fisionomica, mentre gli indumenti e l’ambiente circostante, appena abbozzati, le fanno apparire come spiriti risalenti ad un’epoca distante e perduta, di cui sopravvivono solamente tracce fotografiche. Una serie di dipinti con immagini di Gesù crocefisso scandiscono il restante percorso espositivo: Cristi esangui, cadaverici, ridotti a figura serpentina e affilata, emersi e sospesi dentro un paesaggio inesistente e marcato da campiture sature della stessa tonalità. L’artista, colpita dall’ultima frase pronunciata da Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, lo dipinge isolato, abbandonato, eroe e martire nel medesimo istante.

Nell’ultima sala è presente un video che racconta in modo intimo e non invasivo la vita e le opere dell’artista, svelandoci la solarità e la sensibilità di una donna che non si limita a illustrare attraverso delle immagini, ma che se ne appropria per descrivere lo stato di tragicità, di tormento e di impotenza in cui vive l’uomo contemporaneo.

Marlene Dumas, attraverso i suoi dipinti, stabilisce un dialogo aperto e mutante con ricordi, frammenti, immagini catturate da istanti perduti, figure mediali, fermi immagine; pezzi di esistenze e di memorie di cui l’artista prova a catturarne l’essenza, perché la pittura non è altro che testimonianza esistenziale della vita.

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