Le pareti sono o rosse o grigie, così elevate che paiono infinite. I quadri soggiacciono sui muri, e nella loro immobile e silenziosa fermezza sembrano ugualmente instaurare un dialogo alterno ed invisibile tra colorazioni, forme, materie e masse.
La mostra Da Bacon ai Beatles. Nuove Immagini in Europa negli anni del rock – Palazzo della Permanente, Milano, dal 16 novembre 2011 al 12 febbraio 2012 – espone la storia di una ricerca figurativa iniziata negli anni cinquanta e proseguita fino ai settanta del Novecento. La rassegna è lo specchio di una nuova situazione esistenziale dell’uomo, inserita in un’era di profondi mutamenti e stravolgimenti di ordine politico, economico, sonoro e sociale; sono gli anni della guerra in Vietnam, delle contestazioni collettive, dei sogni e rimpianti, delle generazioni a raffronto. Fra sculture, installazioni e dipinti, mi ritrovo immersa e perduta dentro un’atmosfera viva e colorata; munita di cuffie e di un accompagnamento musicale in linea con la rivoluzione melodica che si attuò assieme a quella artistica, ho l’impressione di camminare a braccetto con un’epoca distante, mai dimenticata.
L’esposizione curatoriale dichiara la necessità di mescolare cultura alta e popolare, cercando di inserire le pratiche della vita quotidiana e delle prime forme di comunicazione di massa, imbevute di nuove icone musicali come Beatles e Rolling Stones. Il percorso inizia con grandi identità storiche, fra cui Bacon, Giacometti, Dubuffet, Appel e Cesàr; un accumulo di reminiscenze che si uniscono e sovrappongono, in cui si intrecciano corpi, oggetti, volti e ricordi. Echeggiano nella loro presenza le due tele di Francis Bacon: i colori forti, impetuosi e dissonanti, urlano la loro essenza, cingendo i corpi e facendoli lottare contro lo spazio circoscritto in cui sono ingabbiati: la natura umana, di cui Bacon è un intimo osservatore, desidera adesso gettare via le catene e gli obblighi imposti dal potere bellico dominante, bramando nuovi traguardi di libertà. La mostra continua con Hockey e Blake; quest’ultimo è il creatore della celebre copertina discografica Sgt. Pepper’s dei Beatles, realizzata su suggerimento di Paul McCartney e qui proposta in formato gigante.
Troneggia, quasi al centro della seconda sala, un’installazione di Alik Cavaliere: Susy e l’albero. Si tratta di un’opera surreale, profonda, che rovista tra le fessure e i significati nascosti della natura umana, congiungendosi nella radice di un albero e nutrendosi con il calare di una pioggia incessante e insaziabile. L’ultima sala ospita, tra grandi nomi italiani, inclusi Mimmo Rotella e Mario Schifano, un’opera icona del clima rovente e caotico degli anni 70: il quadro Swingeing London III di Richard Hamilton, che raffigura l’arresto per possesso di droga del gallerista Robert Fraser e di Mick Jagger di ritorno da un party a casa di Keith Richard. In questa tela, in perfetto stile pop art, si avverte il clima rovente di una città e di un ambiente culturale in costante oscillazione tra rock e pop, paradiso e inferi. Uscendo dalla mostra si ha la sensazione di avere assistito ad un salto temporale, e vissuto non solo un viaggio artistico ma epocale.

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