Autore: Angelo Moscariello
Titolo: Cinema e pittura. Dall’effetto-cinema nell’arte figurativa alla “cine-pittura digitale”
Casa Editrice: Progedit
Collana: Arti, musica, spettacolo
Dati: pp.152
Anno: 2011
Prezzo: 20.00 €
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Individuare le equivalenze espressive che possono sussistere tra le diverse arti può essere di estrema facilità se si prende innanzitutto in considerazione il fatto che le autonome esperienze creative attingono da una comune scaturigine mentale, grazie al cosiddetto processo intuitivo, che è alla base dell’attività conoscitiva dell’artista. Ciò avviene in particolare tra quelle arti che vivono in un rapporto stringente con l’immagine: la visione che prende origine da tali intuizioni si incarna in questo o in quel linguaggio specifico, concretamente elaborato e definito, facendo tuttavia riemergere particolari analogie. Attraverso una attenta rilettura dell’intera storia dell’arte figurativa, vista come un’interminabile forma di pre-cinema, e prendendo spunto dalle osservazioni ormai note di studiosi quali Martin, Ragghianti, Aumont e Bonitzer, Angelo Moscariello in questo suo Cinema e pittura. Dall’effetto-cinema nell’arte figurativa alla “cine-pittura digitale” – edito dalla Progedit – esplora la sua ricerca ammettendo di come in realtà l’idea del cinematografo sia stata da sempre presente nella pittura.
Per comprendere al meglio quali siano le basi di certi rimandi occorre necessariamente partire dalle origini: non c’è dubbio che la prima arte che si sia incaricata di riprodurre le azioni degli uomini sia stata storicamente il teatro; in questa sua funzione esso si è qualificato essenzialmente come arte della visione. La storia del cinema non è altro, dunque, che la storia del teatro come spettacolo, ma, ancora prima del linguaggio cinematografico, è stata la pittura che ha tratto ispirazione dalla scena teatrale; dunque il referente di entrambe le espressioni artistiche è pur sempre una realtà ben riconoscibile, per quanto trasfigurata essa sia. Pur sottoposta alla deformazione tipica dell’arte, la realtà resta la materia primaria che cinema e pittura si predispongono di riprodurre nei modi che sono per ciascuna peculiari. Ma la storia non termina qui dal momento che il cinema, secondo l’autore, durante il suo periodo di vita, dopo essersi fatto dapprima teatro e poi romanzo ha ad un certo punto voluto affinare le proprie possibilità espressive tornando a rendersi pittura per poter restare “arte”.
Ciò spiega l’urgenza espressiva di alcuni cineasti che, nel corso delle loro esperienze, hanno tentato di piegare la resistenza del mezzo meccanico verso nuovi esiti visivi. Il cinema di Lynch è una prova più che esemplare di questa scrittura mentale, resa anche tecnicamente possibile dall’impiego della nuova tecnologia digitale. Casi come quello di Lynch, ma anche come già quelli precedenti di Godard e di Antonioni (per citarne solo alcuni), inducono l’autore a concludere che il cinema aspiri a tornare ad essere quella pittura che era stata, da parte sua, già cinematografica prima dell’invenzione del cinema, che voglia insomma poter diventare finalmente un’arte della rappresentazione ma con il pieno controllo delle immagini e dei colori sullo schermo-tela.
Moscariello riconosce la comune origine spazio-temporale di ogni processo artistico, pur nella diversità dei linguaggi impiegati, cercando con ciò di superare la rigida distinzione che vede la pittura come arte dello spazio e il cinema come arte del tempo. Se da una parte il cinema può essere interpretato come arte essenzialmente temporale, dall’altra esso è anche e soprattutto arte dello spazio. La stessa considerazione va operata all’inverso a proposito della pittura riconoscendo anche ad essa, oltre alla intrinseca dimensione spaziale da sempre attribuitale, anche la presenza di quel tempo tradizionalmente negatole, almeno fino all’avvento dell’impressionismo. La sola differenza consiste nel fatto che nel linguaggio pittorico il movimento è un fatto mentale (tempo ideale), diversamente dal cinema in cui è un fatto puramente meccanico (tempo esplicitato). Dunque, si tratti di omologia ideale oppure di dialogo, il rapporto tra cinema e pittura va visto comunque senza dimenticare mai il criterio della differenza semantica tra le arti. È vero che il quadro e l’inquadratura sono due blocchi di spazio e di tempo, ma è anche vero che la temporalità dello spettatore agisce in essi in maniera diversa.
Una volta partito da questi presupposti generali l’autore arriva in seguito a individuare ampliamente una serie di esempi illustri in cui poter percepire i più ricchi parallelismi che possano convivere tra le due forme d’arte, applicando i termini del linguaggio cinematografico a quelli del linguaggio pittorico. I riferimenti riguardano non soltanto la composizione dell’inquadratura ma anche gli effetti ottici, la temporalità delle immagini, l’impiego psicologico del colore e il principio stesso del montaggio. Le dinamiche che caratterizzano lo scambio tra cinema e arti visive fanno dunque sempre più indirizzare Moscariello verso la possibilità di trovare un vero connubio tra due linguaggi finora separati “nel corpo ma non nell’anima”.


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